

Qualche giorno fa il web si è riempito di immagini “in stile Miyazaki” generate dall’AI,
precise al punto che avrebbero potuto essere scambiate per frame di un film dello Studio Ghibli.
Gli illustratori (me compresa) sono rimasti a bocca aperta.
Ma non per l’incanto.
Più per lo sconcerto.
Questa volta, il problema non è la riproduzione di un personaggio noto (come accade nelle fanart), ma l’appropriazione di uno stile.
Se una macchina può apprendere il tratto, le atmosfere e l’essenza di un autore, cosa rimane della sua unicità?
ChatGPT ha introdotto una nuova funzione che permette di replicare fedelmente uno stile, e il primo grande trend è stato proprio quello di ricreare qualsiasi immagine con l’estetica dello Studio Ghibli.
Il risultato?
Un’ondata di illustrazioni che richiamano quelle del maestro, ma create in pochi secondi da chiunque.
Qualcuno ha parlato di fanart, di un tributo allo stile di Miyazaki.
Eppure qualcosa è sfuggito ai più: perché in questo caso non possiamo parlare di fanart?
Capiamolo insieme.
Le fanart e la reinterpretazione: ecco perché stavolta è diverso
Le fanart esistono da sempre.
Anzi, in molti casi sono state una forma di omaggio e diffusione della cultura pop.
Ma c’è una regola non scritta: chi fa fanart solitamente mantiene il personaggio riconoscibile, cambiandone lo stile.
Questo caso è l’opposto: lo stile rimane identico, ma il soggetto cambia.
Puoi generare qualsiasi immagine – anche mai esistita prima – e sembrerà uscita direttamente da un film dello Studio Ghibli.
E allora mi chiedo: se l’identità di un autore è nel suo stile, non dovremmo tutelarlo?
Stile e proprietà intellettuale: si può proteggere?
Paradossalmente no, lo stile ad oggi non è pienamente tutelato.
O almeno, non in modo chiaro.
Il diritto d’autore protegge le opere finite, ma non lo stile in sé.
È per questo che esistono intere aziende che vendono ritratti “in stile Simpsons” senza problemi legali.
O che gli illustratori possono ispirarsi a un’estetica senza rischiare di essere denunciati.
L’unico modo per proteggere uno stile è registrarlo come marchio, ma è una pratica complicata e spesso contestata.
Eppure, se ci pensiamo, uno stile è parte integrante di un’identità visiva.
Se vediamo un’illustrazione di Miyazaki, di Quentin Blake o di Moebius, li riconosciamo subito.
È il loro tratto a renderli unici, ed è anche il motivo per cui il pubblico si affeziona.
E se una macchina può replicarlo con un click, non rischiamo di perdere il valore stesso dell’unicità?
Quando lo stile diventa un trend commerciale
C’è anche un altro aspetto che spesso viene trascurato in questi dibattiti ed è il modo in cui le aziende cavalcano questi trend per la loro comunicazione.
Ogni volta che un fenomeno visivo diventa virale, il passo successivo è vederlo utilizzato in campagne pubblicitarie, post sui social e contenuti brandizzati.
Negli ultimi giorni, molte aziende hanno iniziato a condividere immagini “in stile Ghibli” come parte della loro strategia di engagement.
Apparentemente innocuo, giusto?
Eppure si tratta di un utilizzo commerciale di un’estetica specifica che appartiene a un autore ben preciso.
Immagina di vedere un’illustrazione realizzata “in stile Miyazaki” per promuovere una compagnia aerea o una catena di hotel. È chiaro che in questo caso non parliamo più solo di esplorazione creativa, ma di un utilizzo commerciale derivante dallo sfruttamento di una creatività che non appartiene all’azienda.
E allora la domanda diventa ancora più urgente: come si può normare tutto questo?
Il lato positivo che (forse) non avevamo considerato
C’è una cosa che, nel caos del dibattito, mi ha fatto riflettere.
L’AI sta portando fuori dalla nicchia un discorso che prima apparteneva solo agli illustratori e agli addetti ai lavori.
Oggi, per la prima volta, non siamo solo noi artisti a chiederci se lo stile sia un qualcosa che si può possedere, difendere o persino brevettare.
Ne stanno parlando anche persone che, fino a ieri, non avevano mai riflettuto sul valore di un segno distintivo.
E più il tema diventa rilevante, più sarà urgente trovare delle risposte.
Quindi, si arriverà a una nuova regolamentazione, sarà proprio perché c’è stato un dibattito collettivo.
E il fatto che oggi milioni di persone riconoscano un tratto distintivo e si interroghino su chi può usarlo… non è forse già una piccola vittoria?
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Ohhh il versante positivo non l’ avevo considerato!
Buon punto