

Perché spesso gli illustratori faticano a far comprendere il valore del proprio lavoro?
Come viene vista generalmente la professione di illustratori e quali sono i pregiudizi che la accompagnano?
Me lo sono chiesta più volte e, partendo dalla mia esperienza, voglio condividere con te alcune riflessioni. Ma prima, una premessa per contestualizzare meglio questa domanda.
Chi è l’illustratore?
Il professionista che si occupa di illustrazione, ovviamente.
E cosa richiama alla mente l’illustrazione? Il disegno.
Il disegno, a sua volta, richiama l’infanzia.
Infanzia = non professionale.
Ne viene fuori per accostamento che quella dell’illustratore non è una professione seria.
E a questo punto, però, potrebbe sorgere un’altra domanda.
Dire che quella dell’illustratore non è una professione seria significa dare la stessa connotazione a tutti i professionisti che si occupano di illustrazione.
Ma siamo davvero sicuri che esista un concetto universale di illustratore?
Andiamo per ordine.
Abbiamo detto che l’accostamento che la persona media fa a livello di campo semantico è quello col mondo dell’infanzia.
Quindi illustrazione = disegno = bambini.
Che vi dice questo?
Che tutti i settori che hanno a che fare con i bambini (editoria per l’infanzia, progetti scolastici, ecc…) oppongono meno resistenza all’accoglimento della professione perché ne comprendono il valore. (E questo è il motivo per cui c’è così tanta concorrenza da creare addirittura un “muro del pianto” alla fiera del libro di Bologna).
Allo stesso modo ci sono illustratori che viaggiano in un universo ibrido tra il mondo del fumetto e dell’illustrazione, magari anche tecnicamente molto avanzati, ma che non riescono a trovare il loro ruolo nel mondo.
Vi siete mai chiesti perché?
Perché il disegno è percepito come un’attività che non ha un valore intrinseco.
E questa mentalità si riflette in tanti aspetti del mercato: chi commissiona illustrazioni le vede spesso come un’operazione di abbellimento, una sorta di decorazione. Non si dà il giusto peso all’idea, al progetto, al processo che c’è dietro. E qui si arriva al punto: la percezione errata che l’illustrazione non richieda vera competenza o professionalità.
Quante volte avete sentito frasi come:
“Ovvio che ti viene così bene, hai talento!”
“Ma disegni anche per hobby?”
“Come ti trovi a stare tutto il giorno a disegnare?”
Sono frasi che sembrano innocue, ma che nascondono un pregiudizio enorme: quello di non vedere l’illustrazione come un mestiere che richiede studio, tecnica, e anni di lavoro.
E qui torniamo all’immagine dell’illustratore: troppo spesso non viene riconosciuto come professionista perché, culturalmente, non ci si è ancora staccati dall’idea che il disegno sia un’attività infantile, un gioco.
Ma questo pregiudizio, oltre a essere frustrante, ha un impatto diretto sul valore economico del lavoro. Perché se qualcosa non viene percepito come “serio”, allora non può essere pagato in modo adeguato. E da qui si scatena tutto: concorrenza spietata, richieste di lavorare gratis o quasi (“ma ti facciamo pubblicità!”), la difficoltà a farsi rispettare come professionisti.
Dobbiamo cominciare a coltivare una visione d’insieme.
Smettere di pensare all’illustrazione come la semplice creazione di un “disegno” e iniziare a posizionarla come parte integrante di un progetto ampio. L’illustrazione non è (o meglio, non dovrebbe essere) solo un’operazione estetica: è comunicazione, è strategia, è identità visiva.
Pensateci: quante aziende investono milioni per creare una brand identity coerente e memorabile? Quanti progetti hanno bisogno di trasmettere un’emozione, un messaggio, una storia? E quante volte, in tutto questo, l’illustrazione potrebbe diventare il fulcro di quella comunicazione?
PROFESSIONE ILLUSTRATORE: cosa significa davvero?
Essere illustratori non significa semplicemente “fare disegni belli”; significa proporre soluzioni visive che diano forma e personalità a un’idea. Significa essere in grado di comprendere i valori di un’azienda, di un racconto, di un messaggio commerciale, e tradurli in un linguaggio visivo che parli al pubblico.
Quando riusciamo a comunicare questa visione ai clienti, il nostro ruolo cambia completamente. Non siamo più “quelli che disegnano” (perché, diciamocelo, in molti si aspettano che basti Photoshop o una matita per risolvere tutto), ma diventiamo professionisti che contribuiscono a definire un progetto nella sua totalità.
Ed è qui che si fa la differenza.
Chi ci vede come creativi in grado di dare forma a una strategia sarà disposto a investire di più nel nostro lavoro. E noi stessi dobbiamo imparare a presentarci in questo modo: non solo con il nostro portfolio, ma anche con un approccio progettuale che metta in chiaro che l’illustrazione è solo una parte di un processo più grande.
In altre parole: dobbiamo essere ambasciatori del valore dell’illustrazione come elemento fondamentale della comunicazione.
E questo richiede un cambio di mentalità, tanto da parte nostra quanto da parte del mercato. Dobbiamo smettere di inseguire la singola commissione come fosse un favore che ci stanno facendo e iniziare a proporre idee, visioni, percorsi che integrano l’illustrazione in qualcosa di più ampio e ambizioso.
Solo così possiamo alzare l’asticella e farci percepire per quello che siamo davvero: creativi capaci di trasformare il disegno in una chiave di lettura unica per interpretare e raccontare il mondo che ci circonda.
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